
Vignettopoli
‘CRISIS’ della donna nel mondo!
L’immagine di questa giovane e sfortunata donna a rappresentare tutte le donne che, si svendono, non combattono per i loro diritti, che dimenticano ogni giorno quanto sono importanti…Una donna, la sua immagine al fine di far riflettere altre donne! Solo la sua immagine, non serve altro!
L’economia mondiale è in crisi profonda. Ci si sforza di capire che cosa sia successo, come sia successo, quale potrà essere lo sviluppo della crisi, e, soprattutto, quando questo finirà.
Ma proviamo a sviscerare la parola “crisi”, che dal latino Crisis, dal greco Krisis da Krinò, sta per separazione, scelta, giudizio. Questa parola, ultimamente, è sulla bocca di tutti: crisi economica, crisi finanziaria, crisi mondiale, crisi dei mutui, crisi di governo, etc, … ma cosa è veramente in crisi?
Innanzitutto, è la parola stessa a suggerire la posizione precisa da adottare per comprendere ciò che ci circonda, ossia, l’utilizzo di un atteggiamento di tipo critico e relativo alla facoltà di valutare, di giudicare, e di dubitare, proprio perché nel dubbio si è spinti a conoscere di più. Questo il motivo per cui non è da ritenere la parola “crisi” fonte di emozioni negative; tutt’altro! Essa, spinge alla riflessione dell’essere in “crisi”. Un punto di possibile svolta che non necessariamente allude al peggio, poiché la parola stessa contiene un aspetto vitale, la separazione, ed un aspetto di crescita, quello della scelta.
In lingua cinese la parola “crisi” è composta da due ideogrammi: il primo, wei, significa problema, il secondo ji, significa opportunità; premessa doverosa per comprendere l’obiettivo dell’articolo e per dirla come i cinesi: il giusto atteggiamento per superare una crisi, è la capacità da parte delle persone di focalizzare la propria attenzione sul lato ji, sull’opportunità e la maturazione piuttosto che sul lato wei, quello specificatamente problematico. Qui bisogna puntare il mirino; sull’opportunità di crescere, di cambiare.
Facendo un passo indietro, a ” Che cosa è in crisi? Questa crisi è economica o sociale? Cosa dobbiamo scegliere?” ha risposto esaustivamente Christine Lagarde, Ministro francese dell’Economia, dell’Industria e del lavoro, nel corso di un’intervista di Euronews, con riferimento al problema. La Lagarde ha affermato quanto segue: “la crisi peggiore è quella sociale”. ..
Mentre tutti si agitano intorno al “signor denaro”, pochi comprendono come si è arrivati a questo radicale mutamento dell’uomo, finendo col rotolare sempre più giù.
Focalizzarsi sulla sola logica economica paralizza, e poco sull’aspetto di crescita, è un atteggiamento sbagliato, meglio essere critici, perché questo spingerà a fare un piccolo zoom sul terreno che ha permesso all’uomo di renderlo schiavo di futili meccanismi cui ha attribuito un grosso potere di egemonia.
Cristopher Lasch, filosofo e pensatore complesso del Novecento, criticò aspramente la società americana, definendo l’individuo postmoderno, il nuovo Narciso. Un uomo essenzialmente psicologico, un nuovo narcisista, volto alla ricerca di un’identità inesistente e capace di manipolare gli altri per confermare il suo senso di onnipotenza. “Narciso” preferisce essere invidiato piuttosto che rispettato ed attende dagli altri la conferma della sua autostima. D’altra parte, gli individui dalla personalità narcisista occupano le posizioni di vertice nella nostra società, danno il “tono” alla vita pubblica, dettano il metodo desiderabile anche nella vita privata.
Un nuovo individualismo narcisistico ansioso ed inquieto, ripiegato su stesso, mosso da un desiderio di possesso e di benessere senza limiti. L’industria televisiva incoraggia intenzionalmente questa preoccupazione per l’apparenza e spinge uomini e donne a considerare la creazione del sé come la forma più elevata di creatività. Il consumo rappresenta il coronamento del processo di personalizzazione, che fa della società postmoderna una società di consumi dai confini sempre più allargati.
Siamo nella cultura del visuale, i mass media concorrono ad enfatizzare l’importanza di apparire e nel contesto femminile, soprattutto, questo processo si fa sempre più strada. Il rapporto con la bellezza è divenuto “ossessivo – compulsivo” a tal punto da ritenere che solo ciò che è bello ha valore, sia degno di essere apprezzato, comprato. L’esaltazione della bellezza femminile e dei mezzi ancestrali per ravvivarla ricostruisce una profonda divisione fra i sessi, non solo estetica, ma anche culturale e psicologica.
La moda è in continua evoluzione ma la bellezza fisica continua ad essere celebrata secondo canoni classici. Ogni giorno, vengono immessi sul mercato nuovi prodotti per correggere i difetti delle donne che alimentano un ciclo di ossessioni costruite al fine di raggiungere standard di bellezza impossibili, in quanto falsi! Pertanto, negli ultimi decenni si è passati da un discorso che faceva capo ad istanze normative rigide rappresentate da famiglia, istituzioni, religione, fino all’erosione progressiva delle stesse.
Le donne vengono iscritte nello spettacolo mediatico come tutti gli altri oggetti del mercato, in un’equivalenza senza particolarità. Il “desiderio” è ciò che valorizza il corpo e la sessualità femminile; essere nel desiderio significa avere un posto e acquistare un senso nella vita. Le immagini, sono anche comunicazione, memoria, sapere, informazione. Lo schermo televisivo appare come uno specchio dentro il quale rivedere i nostri comportamenti e dove molte donne ripongono le loro aspettative per cambiare se stesse. Ma gli specchi, oltre a rivelare chi siamo, nascondono, e la televisione pur parlando del reale, riesce a dissimulare.
I corpi delle donne sono ridotti a manichini dalla chirurgia estetica, gonfiati a dismisura, che danno vita a fenomeni da baraccone, in un grande circo perennemente vivo, del quale non si riesce ad accettare il triste scenario. Possibile che le donne si sentano rappresentate da questo zibaldone mediatico?
In televisione la figura femminile rimane un’immagine che equivale alla quantità e non alla qualità, poiché pare sia li, per accontentare i desideri maschili sotto ogni aspetto e già si parla, dopo l’avvento di veline, schedine etc, del ritorno della “valletta muta”.
La donna oggi è impegnata con una gara contro il tempo che la costringere a deformazioni fisiche mostruose, a ruoli di mutismo in cornici umilianti dagli effetti speciali. Un oggetto sessuale, una merce vera e propria sullo scaffale televisivo della vita, e non riconoscendo la propria autenticità, preferisce dare il suo corpo in pasto agli sguardi maschili, ma sempre giovane e bella deve apparire.
Una smisurata ed ossessiva attenzione per l’apparenza usata come fuga dal reale vissuto che ogni donna porta scritto sul proprio corpo. Questo il risultato per aver introiettato troppo il modello maschile, tanto da non riconoscere più quali siano le vere necessità, cosa voglia dire essere “autentiche”. Gli occhi delle donne sono diventati maschili, guardano e vedono ciò che vogliono guardare e “vedere” gli uomini: modelli di donne appetibili per i loro desideri.
Così l’emancipazione diviene il simbolo della subordinazione all’uomo nel momento in cui per svolgere un ruolo di potere, in una qualsiasi professione, quello che presenteranno come biglietto da visita sarà l’oggetto del desiderio che vuole vedere il maschio.
Serena Nozzoli, nel 1976, scrisse nel suo libro ” Donne si diventa”, che ” il maschio mutilato dalla femmina, diventa sempre più incapace di avere un rapporto con la donna (troppo minacciosa per la conservazione del suo sé) e deve porla sempre più lontana da se stesso, renderla sempre più inoffensiva, impotente”, un chiaro esempio di meccanismo di difesa nei confronti delle qualità dell’essere umano “donna”, per la paura di relazionarsi con l’altro.
La nostalgia impotente di quello che non si è, ma che vorremmo essere, ha permesso di costruire uno scenario di condivisione del desiderio, della sessualità, del puro e dell’impuro, del sacro e del profano. Senza limiti! Le donne sono poste come merce di scambio per le vie di un consumo spropositato ad appannaggio dell’uomo. Dove sta, a questo punto, la differenza tra sensualità, erotismo e pornografia? C’è una reale differenza tra queste? No.
Tutto diventa estetico, anche l’anestetico della chirurgia plastica e la donna rifiuta il suo volto, il suo corpo per inscenare una farsa di se stessa. Il volto è il presupposto di tutte le nostre relazioni umane ed è per questo che deve essere camuffata, mascherata, distrutta.
La vulnerabilità del nostro volto, oggi ci fa paura, e siamo proiettati in un mondo a sfondo sessuale in cui non veniamo più chiamati a riflettere in quanto esseri umani pensanti ma siamo percepiti e costruiti sui nostri impulsi. Gli impulsi sono più facili e veloci da cogliere, non necessitano di rielaborazioni di pensiero, vengono accolti nell’immediato.
Pier Paolo Pasolini, in tempi non sospetti, colse l’imperturbabilità dello schermo televisivo, ma soprattutto aveva capito che la televisione stava per distruggere la poetica espressa dal viso umano. Pasolini fu uno dei grandi profeti dell’era della televisione, riporto testualmente le sue parole ” (…) ho visto sfilare, in quel video, un’infinità di personaggi: la corte dei miracoli d’Italia – e si tratta di uomini politici di primo piano, di persone di importanza assolutamente primaria nell’industria e nella cultura; spesso persone di prim’ordine anche oggettivamente. Ebbene, la faceva e fa, di tutti loro, dei buffoni: riassume i loro discorsi facendoli passare per idioti – col loro sempre tacito beneplacito? – oppure, anziché esprimere le loro idee, legge i loro interminabili telegrammi: riassunti, evidentemente, ma ugualmente idioti: idioti come ogni espressione ufficiale. Il video è una terribile gabbia che tiene prigioniera l’Opinione Pubblica – servilmente servita per ottenerne il totale servilismo – l’intera classe dirigente italiana.”
Il suo pensiero risale agli anni 60 ma è tragicamente attuale poiché il suo atteggiamento critico lo portò a guardare con distacco le immagini che la televisione gli proponeva, da quel telespettatore che non si riconosce perché vede una mortificazione delle qualità intellettive dell’essere umano.
I volti nell’ultimo decennio non esprimono la stabilità della stasi identitaria, ma l’ibridazione, la diffrazione, la molteplicità. Ognuno ha il volto che indossa, recitando così un ruolo indotto da altri e non se stessi. A questo concorre anche la moda con l’assenza del linguaggio pubblicitario poiché tutto è affidato all’icona, all’immagine. Ancora lo sguardo, quello ammaliante, che le modelle rivolgono al fruitore della pubblicità, è fisso, perturbante dei manichini che rimanda alla morte del corpo. Dei corpi vetrina dunque, in cui l’erotismo diviene l’approvazione della vita fin dentro la morte ed attiva il desiderio rimandando sempre ad altro. La partecipazione del femminile, alle dinamiche di produzione e ai processi tecnologici, è sempre più importante perché testimonia, secondo questa logica di merci veicolo di desiderio, la minaccia per il programma artificioso della vita proprio grazie al fatto che il femminile è naturalità. La femminilità allora, viene investita nell’immaginario, nell’ambiguità del doppio, come la bambola o l’automa. Le immagini in cui siamo proiettati sono senza corpo e sono corpi senza immagine. La pubblicità di moda come la televisione, propone una vasta gamma di corpi nei quali ognuno può trovarci dentro proprio quello che “vorrebbe” possedere; per cui la crisi vera è quella identitaria che rimanda all’ambiguità dei volti televisivi… non c’è più certezza e stabilità negli occhi delle donne presentate da quello specchio, rimangono solo parti corporee frammentate e ridotte ad oggetti ludici.
L’importanza di mostrare il proprio volto, quello autentico che ci permette di presentare la nostra vera natura, quella che anche attraverso le rughe esprime la nostra vita, il nostro vissuto, le nostre esperienze, di cui essere sempre fiere, nel bene e nel male, e che non potranno mai sostituire l’invulnerabilità della donna di oggi.
L’eterna giovinezza rivissuta in un corpo che non può sostenerla ed in una mente che non può reggere, porta alla “crisi d’identità”. L’opportunità che abbiamo, per superare la crisi identitaria che ci avvolge come una nube oscura, è quella di occuparci dei nostri diritti e dei nostri reali bisogni più che del nostro corpo e di quanti sguardi potrà raccogliere. Guardare alla “crisi” come un momento costruttivo per un domani reale e non illusorio.
*disegno e copertina di Gioia Corazza per Edizioni Damiano. *